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Benvenuti nell’era del “Cloud Factoring”

Ottobre 2010: nelle riviste si parla di cloud computing, si mostrano, come nuove frontiera delle scienze informatiche, la possibilità delle persone di operare su applicazioni in remoto che non sono fisicamente istallate sul computer, bensì in una nuvola, in inglese “cloud”. La rivoluzione internet compie un altro passo, dalle informazioni alle applicazioni complete. Noi siamo già molto oltre, usiamo il cloud computing da 2005 e nel 2010 abbiamo introdotto un cambiamento epocale.

Siamo entrati ufficialmente in quella che abbiamo battezzato l’era del “Cloud Factoring”.

Cosa significa? Non semplici informazioni o applicazioni bensì gli stessi processi industriali sono finiti nella rete. Una smaterializzazione di un processo manifatturiero applicato alla macchine. Uomini e macchine che lavorano a uno stesso processo di produzione industriale, pur essendo distanti migliaia di chilometri, sono in grado di operare come se fossero operai spalla a spalla. I vantaggi sono enormi. Conoscenze ed esperienze di un singolo piccolo produttore vengono istantaneamente condivisi a tutti i processi e macchine che in quel momento operano sul globo.

Un social network della conoscenza che permette di condividere le esperienze di ogni piccolo produttore in qualunque condizione climatica ed ambientale esso lavori ed in un qualunque contesto sociale i suoi prodotti vengano applicati. Istantaneamente. In ogni angolo del mondo ogni produttore sarà in grado di fare le stesse e  MIGLIORARLE.  Nell’era del Cloud Factoring anche le macchine (gli strumenti dell’uomo) avranno acquisito queste nuove conoscenze e saranno riprogrammate sulla base della nuova esperienza.

Si crea così una rete di generazione di know-how che è in grado di migliorarsi ad una velocità che non si è mai vista prima. Una macchina da guerra della conoscenza che nessun mega stabilimento con i suoi laboratori chiusi sui suoi segreti è in grado di creare. Ecco perché piccolo è bello. Nell’era di internet non serve più spostare le merci, basta spostare le informazioni. Non servono grandi fabbriche, servono grandi strumenti da dare all’uomo. Flessibili, connessi, intelligenti e riprogrammabili in base al contesto.

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www.personalfactory.eu

Piccolo è bello! Anzi bellissimo!

Small is Beautiful. Economics as if People Mattered è il titolo del libro di Ernst Friedrich Schumacher, scritto nel 1973 ma che analizza ed anticipa i mali del gigantismo industriale. In buona parte delle teorie economiche degli ultimi 100 anni si è radicata la convinzione che mega fabbriche e mega impianti sono la soluzione per favorire lo sviluppo economico. Un sistema economico la cui massima aspirazione è rendere l’uomo il più possibile sostituibile, un accessorio il cui lavoro si deve ridurre a mera ripetitività di compiti banali in cui le macchine svolgono la produzione e le merci si trasportano per migliaia di chilometri. Un sistema economico che teorizza impianti ad altissima intensità di capitale dove il fattore umano sia trascurabile. Una produzione di massa di beni che però richiede al fine di non creare disastri sociali ed ambientali 3 premesse: 1° gli uomini sono tutti ricchi (quindi non hanno bisogno di fare un lavoro gratificante); 2° il mondo ha risorse infinite (quindi il suo sfruttamento inefficiente non è un problema); 3° l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo non esiste.

Nel caso pratico, queste teorie sono di fatto un monumento all’inefficienza dell’industria moderna. Una produzione di beni che per funzionare ha bisogno di enormi quantità di materie prime e che allo stesso tempo non porta né alta qualità né vantaggi per il consumatore finale. Ha soltanto il vantaggio di tenere in piedi sistemi industriali oligopolistici che compensano le loro inefficienze proprio fornendo bassa qualità ad alto prezzo. In realtà hanno un unico motivo di esistere: il mega impianto del sistema classico è l’unico modo affinché il know-how dell’azienda non diventi pubblico e rimanga un segreto industriale non copiabile. Se andiamo ad analizzare le fabbriche con l’occhio del tecnico ci rendiamo conto però che nessun compito sofisticato e creativo o particolarmente complesso è in grado di essere soddisfatto da una macchina. È probabile che si automatizzi totalmente la produzione di pentole, per la produzione di Ferrari, è molto meno probabile.

Dobbiamo allora porci un interrogativo. Qual è il compito dell’industria moderna? Come diceva Gandhi: forse non abbiamo bisogno di una produzione di massa bensì di una produzione delle masse.

Il nostro sistema prevede non una tecnologia che trasformi l’uomo in un mero fusibile di un mega sistema, bensì una tecnologia che dia gli strumenti all’uomo affinché la qualità dei suoi prodotti sia la più elevata della storia. Una tecnologia a misura d’uomo che gli dia gli strumenti affinché sia produttivo come non mai. Tecnologia compatta, connessa, disponibile in tutto il globo. Che permetta alle esperienze di ognuno di diventare patrimonio di tutti gli altri in modo istantaneo. Macchine flessibili che riescano ad adattarsi all’ambiente di lavoro in modo che producano quello di cui il cliente ha veramente bisogno.

Una tecnologia globale a servizio di una produzione locale. Una Personal Factory che permetta di fare molto di più, molto meglio, consumando molto meno. Un sistema che tratti le risorse disponibili sul globo in modo limitato non come un reddito “spendibile” ma come un capitale, che se consumato porta al fallimento.

Quanto pesano 25 kg?

La domanda sembrerà assurda ma riguarda un metodo scientifico che proprio interpretando le norme, permette di aggirarle. Come?

Lo studio è iniziato circa un mese fa: quando un nostro cliente ci ha fatto notare che i sacchetti di colla, malta pronta, autolivellante, etc., forniti dalle grosse multinazionali del mercato — M. K. W. (vi invito a fare una prova con una qualunque bilancia) — pesavano tutti tra i 22,2 kg e 23 kg. La cosa all’inizio mi sembrava piuttosto improbabile visto che su ogni sacchetto non era scritto “circa 25 kg +/- 10%” bensì 25 kg proprio.

Possibile che aziende “serie e stimate” rischino di perdere la faccia di fronte ad un risultato del genere? Possono aziende con processi certificati commettere errori di questo tipo?

Il fatto è che sull’errore di peso si ottengono due vantaggi notevoli per il produttore.

1° si vende il 10% di prodotto in meno. In un mercato in cui la scontistica si tratta sul singolo punto percentuale è un vantaggio enorme. 10% di maggiorazione di prezzo invisibile (lo so, somiglia più ad una truffa)

2° si imbroglia sulle classi di prestazione. Tutti i laboratori richiedono infatti la diluizione dichiarata sulla scheda prima di effettuare un qualunque test. Questo perché le prestazioni sono direttamente connesse con il rapporto acqua/cemento. Maggiore è la diluizione, peggiori saranno le prestazioni ma allo stesso tempo maggiore sarà la lavorabilità.

È più facile da capire con un esempio.

Se io prendo un sacchetto di adesivo di 25 kg la cui scheda richiede una diluizione del 28%,  io prenderò 7 litri d’acqua. Se però il sacchetto è da 22 kg la diluizione sarà del 32%. Con questa diluizione il prodotto sarà meraviglioso nell’applicazione e nell’aspetto ma avrà prestazioni inferiori del 30%. Io posso facilmente ottenere elevate prestazioni con la diluizione del 32% ma ad un costo molto più elevato in quanto devo mettere più cellulose, più additivi, più resine etc. etc. Questo mi costa un 35% in più… La procedura del laboratorio prevede che io prenda il sacchetto, lo apra, ne pesi 5 kg e lo misceli secondo normativa con la percentuale di acqua indicata sulla scheda del produttore. In nessuna fase è previsto un controllo sul peso del sacchetto quindi non si verifica in nessun momento che il cliente possa ottenere con i dati della scheda le stesse prestazioni. Un vuoto normativo abilmente usato da quasi tutti i produttori per certificare un prodotto con almeno una classe di prestazioni più alta.

In poche parole con una strategia del genere un produttore riesce ad avere un extraguadagno immediato sul peso del 10% più un ulteriore extraguadagno sulla prestazione del 35%. Con un piccolo/grande  errore tollerato del 10%, magari anche permesso. Si riescono ad aggirare le norme pur avendo un prodotto certificato.

Il sospetto principale che ci ha fatto pensare a qualcosa di scientifico è stata l’analisi della confezione. Nei sacchetti dei vari M., K., W., etc è impossibile inserire più di 23,3 kg di materiale. Pur volendo quindi, nel packaging fornito non siamo riusciti a mettere il peso desiderato.  Non si tratta quindi di un errore bensì di un calcolo per ottenere un extraguadagno del 45%. Un sistema fondamentale affinché un sistema inefficiente e sprecone come quello centralizzato classico possa sopravvivere alla pressione di un mercato altamente competitivo.

Vendere sabbia asciutta nel Deserto

Se fosse possibile noi non serviremmo

È accettabile un modello di sviluppo che prevede l’esportazione verso i paesi del deserto di sabbia asciutta? È sostenibile un modello economico che ritiene normale l’esportazione di sabbia asciutta dall’Italia in mezzo al deserto? In un recente viaggio a Tripoli mi sono trovato a costatare questa assurdità. Dall’Italia esportiamo migliaia di tonnellate di sabbia asciutta in mezzo al deserto libico. Come?

Mascherati da prodotti chimici per l’edilizia. Passando sia da rivendite che da cantieri, ho notato la forte presenza di prodotti italiani, ma di bassissima gamma, tipo Kerakoll Super e Special o Mapei Kerabond o Sika 100. Questi prodotti sono composti da un 70% circa di inerte (sabbia; spessore principale 0,3 mm), da un 29% di cemento e da una percentuale sempre inferiore all’1% — ma in alcuni casi siamo allo 0,1% — di componenti chimici. Il know-how dell’azienda.

Il modello di business attuale prevede:

Prendere migliaia di tonnellate di sabbia o altro inerte da una cava in Lombardia, Toscana, Emilia etc. Portarla in enormi stabilimenti per l’essiccazione (n.b.: bruciando probabilmente del gas di provenienza libica per essiccarla). Portare tutto questo inerte via camion in uno stabilimento (spesso Sassuolo). Miscelare il tutto con del cemento che, sempre via camion, è stato trasportato in fabbrica ed aggiungere l’1% di chimica. Imballare il tutto in sacchetti misto plastica/carta, metterli su una pedana, fasciare il tutto con ulteriore film in plastica (per facilitarne il trasporto). Caricare l’insieme di solito su dei camion direzione porto di Ravenna dove via nave raggiungeranno il porto di Tripoli. Lì verranno caricati su dei camion magari direzione Sabha a centinaia di chilometri in mezzo al deserto o Surt o peggio Benghazi ancora più distante.

Che senso ha prendere della sabbia umida da una cava italiana per venderla asciutta in mezzo al deserto? Il sistema attuale crea inoltre enormi svantaggi per il cliente che paga molto qualcosa che vale poco (e che magari arriva già vecchio in cantiere) e che non ha scelta visto i pochi prodotti esportati. Esiste un’alternativa a questa follia? E soprattutto può un’azienda che si definisce ecologica adottare una strategia industriale di questo tipo? Magari perché si è inventata un’etichetta ecologica che le norme gli permettono di fare?

Noi abbiamo fatto una scelta diversa. Produrre a km 0 usando le materie prime locali, che nel caso libico sono di qualità infinatamente più elevata di quello che possiamo trovare in Italia. Grazie all’enorme risparmio che il nostro sistema permette magari il cliente può permettersi di investire in qualità creando strutture più salubri e durature. www.personalfactory.eu