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Regola della vasca: un caso pratico (parte 2). Un nuovo sistema.

Dopo aver analizzato attentamente i limiti dei sistemi classici, nel 1991 abbiamo iniziato a pensare a una nuova generazione di impermeabilizzanti che superasse tutti i limiti del sistema classico. Il primo impermeabilizzante pensato proprio in funzione della regola della vasca. Di terza generazione. Dopo 12 anni di studio di cui 5 di sperimentazioni, nel 2003, prima la C.I.T. e poi la N.T.C. lanciano sul mercato ISOLCOLL ELASTIC + ISOLCOLL ELASTIC FUGHE.

La prima considerazione è stata quella di scegliere che cosa dovevamo impermeabilizzare; la scelta è ricaduta su banconi e terrazze che da soli sono l’80% degli intereventi di impermeabilizzazione. Può sembrare banale ma tutti gli impermeabilizzanti che ci sono in commercio non si pongono il problema di “cosa impermeabilizzare”. Sono “universali”, cioè sono gli stessi se lavorano in orizzontale oppure in verticale, se lavorano su massetto oppure su calcestruzzo, se devono impermeabilizzare una terrazza oppure una piscina, se prevedono la sovrapposizione di un pavimento oppure no. Noi avevevamo già maturato molta esperienza con i prodotti di seconda generazione – per avere un’idea: “simil-mapelastic” – e conoscevamo le forti limitazioni che questo sistema presenta. È un tipo di intervento che cede per usura causata da un eccesso di sollecitazioni. Quindi come prima variabile abbiamo analizzato cosa succede in corrispondenza delle rotture. Le rotture si generano soprattutto in corrispondenza delle lesioni del massetto. L’idea che un impermeabilizzante semplicemente elastico possa risolvere il problema è semplicistico. È come se dicessimo che un balcone diventa 3 metri di giorno 2,5 di notte. La struttura è rigida. Il problema sono le lesioni. Queste lesioni, a differenza di quello che succede in una vasca/piscina, sono in continuo movimento, movimento causato dalle enormi e continue escursioni termiche che una superficie subisce. Abbiamo deformazioni locali che superano facilmente il 600%. Nessun materiale elastico ha queste capacità di deformazione, soprattutto se consideriamo migliaia di cicli durante la vita utile del prodotto. Per questo normalmente l’impermeabilizzante deve essere armato con una rete. Per cercare di scaricare queste tesioni su una superficie leggeremente più grande. Abbiamo notato come una rete è in grado di scaricare le tensioni su una superficie circa 10 volte più grande. La nostra soluzione considera che su un balcone noi già abbiamo un ottimo materiale d’armatura. Le piastrelle. Rigide, grandi e pesanti, con una capacità di scaricare ed immagazzinare tensioni migliaia di volte più grande. Abbiamo quindi sviluppato un prodotto che consentisse di utilizzare le piastrelle come un’armatura. Un prodotto molto complesso che avesse la stessa capacità di deformarsi di un prodotto classico ma allo stesso tempo lavorasse in modo diverso. Prima di tutto queste deformazioni dovevano partire con sollecitazioni più grandi. Il prodotto doveva essere tenace in modo da far lavorare bene l’armatura. Allo stesso tempo doveva avere un potere adesivo eccezionale oltre che alla naturale impermeabilità. ISOLCOLL ELASTIC . Un prodotto chimicamente molto complesso ma che rispondeva perfettamente alle esigenze di avere la migliore curva della vasca possibile.

La regola della vasca: un caso pratico (parte 1). Le impermeabilizzazioni.

regola della vasca

regola della vasca

Seguendo il post precedente passiamo ad un caso pratico. L’applicazione della regola della vasca nella progettazione di un impermeabilizzante.
Il nostro team di ricerca per la società N.T.C. ha impiegato più di 10 anni nello sviluppo di una nuova tecnologia di impermeabilizzazione che superasse i limiti dei sistemi classici.
Andiamo con ordine. Il sistema che in laboratorio funziona meglio sono senz’altro le membrane (bitume, poliestere, pvc, etc), comunemente chiamate guaine. Analizzando i cantieri, è facile accorgersi come statisticamente proprio questa tecnologia applicativa presenta maggiori problemi. Perché?
Prima di tutto è una tecnologia che obbliga a lavorare sotto il massetto. Questo causa due problemi. Amplifica i difetti di posa e allo stesso tempo rende estremamente difficoltosa l’applicazione. Questo perché, se l’operatore commette anche un piccolissimo errore, avremo il massetto che per mesi durante l’anno sarà saturo d’acqua. È come avere un serbatoio pieno d’acqua su un piccolo foro. Non importa quanto sia piccolo il foro, avremo centinai di litri d’acqua che potranno entrare nella struttura. A questo si aggiunge che anche il piccolo intervento sull’impermeabilizzazione vuol dire demolire l’intero pavimento con disagi notevoli. Data la tecnica di posa, basta che l’applicatore non sciolga perfettamente la patina superficiale dell’area interessata dalla saldatura affinché dopo qualche anno la saldatura ceda con conseguenti disagi (rotture secondo la prima parte della vasca).
La soluzione che ha preso piede alla fine degli anni ’80 è stata quella delle malte impermeabilizzanti per l’edilizia. La composizione di queste malte è data da una parte in polvere di circa 25 kg (normalmente composta da 65% di inerte, e 35% di cemento, più piccole tracce di additivi) e da una parte liquida (circa 6/8 litri composta da 55/60 % d’acqua e la restante parte da resine acriliche). Queste malte si applicano spalmando sul massetto due mani ed utilizzando una rete in fibra di vetro come armatura. Hanno il vantaggio che lavorano in superficie, sotto lo strato di colla: sono semplici nell’applicazione. Se le pendenze sono corrette è difficile che l’acqua ristagni e quindi possiamo avere anche piccole imperfezioni e non accorgercene per anni. Hanno però il grosso difetto che devono essere fortemente ancorate al supporto. Questo si traduce con fortissime sollecitazioni al prodotto.
Per avere un’idea delle sollecitazioni, basta considerare quello che succede in corrispondenza delle lesioni di un massetto. Abbiamo un’apertura che si apre e si chiude con un range da 0 mm a 1/2 mm, centinaia di volte all’anno. Anche un prodotto che si allunga di un 50% va in fortissima crisi di fronte a tali deformazioni. Per questo si usa una rete in fibra di vetro. Si cerca di scaricare le tensioni che si formano su una minuscola superficie su di una superficie più grande, cercando di coinvolgere nella deformazione più materiale possibile. La rete però rappresenta un’armatura estremamente leggera; nel tempo, con il naturale irrigidimento del materiale è destinata a cedere. Specie su deformazioni più grandi. Con questo tipo di materiale abbiamo una forte probabilità di rotture per usura. Rotture che seguono il secondo ramo della regola della vasca.
Nella prossima parte tratteremo un prodotto pensato secondo la regola della vasca…

La regola della vasca

Perché prodotti con la stessa scheda tecnica e che hanno superato le stesse prove di laboratorio presentano funzionamenti diversi in cantiere?
Ogni prodotto, per quanto abbia buone prestazioni, non presenta mai un’affidabilità al 100% ma una curva. Questa curva dimostra come il ciclo di vita di tutti i prodotti presenta una fase iniziale in cui la possibilità che sorgano dei problemi è alta. Questo è causato soprattutto da problemi di posa o difetti di produzione, di stoccaggio, etc.
Dopo una fase di ottima affidabilità notiamo come la possibilità che sorgano dei problemi aumenta velocemente. Questa fase è caratterizzata da un crescendo di “rotture per usura”.

La regola della vasca ci dà la spiegazione scientifica del perché è importante creare prima di tutto prodotti molto semplici nella posa. Il cantiere non è un laboratorio. È molto facile far funzionare un prodotto in condizioni standard, quando la posa è stata affidata a uno “scienziato” della messa in opera. Molto diverso è far funzionare un prodotto applicato una sera d’inverno da un manovale alle prime esperienze. Oppure d’estate da un operaio che da 8 ore lavora sotto il sole. È compito dei produttori rendere i prodotti semplici nella posa. La sola norma EN non è garanzia di un buon prodotto. Un prodotto semplice nella posa è la prima garanzia di riuscita del lavoro.

Altro limite è dato dall’impossibilità di testare un prodotto per decenni. Anche in questo caso prodotti che alla prova di laboratorio rispettano la stessa norma possono avere comportamenti molto diversi. In questo caso la rottura è data sostanzialmente da sollecitazioni cicliche che durano decenni. Nessun prodotto chimico per l’edilizia messo in commercio è testato secondo sollecitazioni cicliche che durano decenni. Per questo è molto importante che il produttore oltre ad affidarsi alla prova secca di laboratorio, studi attentamente il cantiere ed analizzi il tipo di sollecitazioni che il prodotto subisce nel tempo. Lo scopo è studiare metodologie di applicazioni che sollecitino il meno possibile il materiale nel tempo.

Minori sollecitazioni sono l’unica garanzia di lunga durata. Nel prossimo post vedremo un caso pratico.

La leggerezza di 25 kg

Dopo il post su “quanto pesano 25 kg” andiamo su dati numerici delle prestazioni. Abbiamo commissionato al centro prove di Modena, uno dei più rispettabili enti di certificazione italiani (ente terzo accreditato per prove ITT), di fare un test con un eccesso di acqua, come quello che si avrebbe quando un operatore seguendo la scheda tecnica di un prodotto si ritrova una confezione che pesa meno. In virtù delle prove dei test precedenti in cui i sacchetti invece di essere da 25 kg erano da 22,5 kg.

Per i test, per non innescare una guerra dei marchi, abbiamo usato due nostri adesivi di gamma alta, l’ISOLCOLL B40 S1 (adesivo di classe C2TE S1) e l’ISOLCOLL B40 SUPER (adesivo di classe C2TE).

Entrambi i prodotti sono stati quelli a grana grossa, con inerte fino a 1 mm, ma a differenza delle prescrizioni abbiamo richiesto che le prove fossero eseguite con un eccesso di acqua di impasto pari al 6% in modo da avere un impasto estremamente lavorabile e molto poco viscoso.

I dati sono impressionanti.

Su l’ISOLCOLL B40 S1, una colla di classe S1 e quindi fortemente additivata, l’eccesso di acqua fa calare le resistenze a trazione dopo immersione a soli 0,8 N/mm² (circa il 70% in meno di quelli con acqua di impasto corretta) e lo scivolamento verticale diventa notevole.

(scarica il pdf con le prove) Eccesso d’acqua su ISOLCOLL B40 S1

Ancora più impressionanti sono i dati sulla B40 SUPER, una colla che mediamente ottiene valori sempre superiori a 1,4 N/mm² dopo immersione; in questo caso i dati sulla trazione dopo immersione scendono a 0,6 N/mm²: impressionante notare come contrariamente alle aspettative anche il tempo aperto si sia ridotto. Questo è dovuto dall’insorgenza di fenomeni di segregazione (la resina è salita in superficie pellicolando e riducendo la bagnabilità delle piastrelle.

(scarica il pdf con le prove) Eccesso d’acqua su ISOLCOLL B40 SUPER

Per il produttore che imbroglia qual è il vantaggio ulteriore sulla riduzione di peso? Semplice: come anticipato nel post precedente, ho un extraguadagno tra riduzione di peso e prestazioni gratis (non ottenibili in cantiere) di oltre il 40% .

Semplice: nel momento in cui abbiamo un’eventuale contestazione da un’immagine in microscopia elettronica, risulta semplice vedere come durante la posa c’è stato un eccesso di acqua di impasto nella malta o nell’adesivo, molto diverso da quello ottenuto miscelando il materiale secondo le specifiche tecniche. Peccato che l’errore sia stato indotto proprio dal produttore che ha fornito un sacchetto di materiale su cui c’era scritto 25 kg invece di 22,5 kg. In questo caso a rispondere dei danni sarà l’impresa.

Immaginate gli effetti su una malta strutturale come possono essere quelle per il ripristino del calcestruzzo.

Nel prossimo post pubblicheremo una serie di immagini in microscopia elettronica e grafici proprio su quello che succede in una malta da ripristino.

Stay Tuned…..

Quanto pesano 25 kg?

La domanda sembrerà assurda ma riguarda un metodo scientifico che proprio interpretando le norme, permette di aggirarle. Come?

Lo studio è iniziato circa un mese fa: quando un nostro cliente ci ha fatto notare che i sacchetti di colla, malta pronta, autolivellante, etc., forniti dalle grosse multinazionali del mercato — M. K. W. (vi invito a fare una prova con una qualunque bilancia) — pesavano tutti tra i 22,2 kg e 23 kg. La cosa all’inizio mi sembrava piuttosto improbabile visto che su ogni sacchetto non era scritto “circa 25 kg +/- 10%” bensì 25 kg proprio.

Possibile che aziende “serie e stimate” rischino di perdere la faccia di fronte ad un risultato del genere? Possono aziende con processi certificati commettere errori di questo tipo?

Il fatto è che sull’errore di peso si ottengono due vantaggi notevoli per il produttore.

1° si vende il 10% di prodotto in meno. In un mercato in cui la scontistica si tratta sul singolo punto percentuale è un vantaggio enorme. 10% di maggiorazione di prezzo invisibile (lo so, somiglia più ad una truffa)

2° si imbroglia sulle classi di prestazione. Tutti i laboratori richiedono infatti la diluizione dichiarata sulla scheda prima di effettuare un qualunque test. Questo perché le prestazioni sono direttamente connesse con il rapporto acqua/cemento. Maggiore è la diluizione, peggiori saranno le prestazioni ma allo stesso tempo maggiore sarà la lavorabilità.

È più facile da capire con un esempio.

Se io prendo un sacchetto di adesivo di 25 kg la cui scheda richiede una diluizione del 28%,  io prenderò 7 litri d’acqua. Se però il sacchetto è da 22 kg la diluizione sarà del 32%. Con questa diluizione il prodotto sarà meraviglioso nell’applicazione e nell’aspetto ma avrà prestazioni inferiori del 30%. Io posso facilmente ottenere elevate prestazioni con la diluizione del 32% ma ad un costo molto più elevato in quanto devo mettere più cellulose, più additivi, più resine etc. etc. Questo mi costa un 35% in più… La procedura del laboratorio prevede che io prenda il sacchetto, lo apra, ne pesi 5 kg e lo misceli secondo normativa con la percentuale di acqua indicata sulla scheda del produttore. In nessuna fase è previsto un controllo sul peso del sacchetto quindi non si verifica in nessun momento che il cliente possa ottenere con i dati della scheda le stesse prestazioni. Un vuoto normativo abilmente usato da quasi tutti i produttori per certificare un prodotto con almeno una classe di prestazioni più alta.

In poche parole con una strategia del genere un produttore riesce ad avere un extraguadagno immediato sul peso del 10% più un ulteriore extraguadagno sulla prestazione del 35%. Con un piccolo/grande  errore tollerato del 10%, magari anche permesso. Si riescono ad aggirare le norme pur avendo un prodotto certificato.

Il sospetto principale che ci ha fatto pensare a qualcosa di scientifico è stata l’analisi della confezione. Nei sacchetti dei vari M., K., W., etc è impossibile inserire più di 23,3 kg di materiale. Pur volendo quindi, nel packaging fornito non siamo riusciti a mettere il peso desiderato.  Non si tratta quindi di un errore bensì di un calcolo per ottenere un extraguadagno del 45%. Un sistema fondamentale affinché un sistema inefficiente e sprecone come quello centralizzato classico possa sopravvivere alla pressione di un mercato altamente competitivo.

I miracoli della pubblicità… In un giorno Green Building Company

Come al solito la pubblicità fa miracoli: uno dei leader italiani nella produzione di adesivi e malte in un giorno è diventato Verde (nel senso letterale che si è tinto il logo di verde) ed è diventato una green building company ed a tutti i suoi prodotti è stato aggiunto il suffisso magico ECO. Poveri noi!!!  Leggiamo un poco le schede e vediamo cos’è successo. Scelti a caso dei criteri ha definito questi criteri ecologici. Senza entrare troppo nei dettagli di questo insulto alle migliaia di persone che lavorano nel cercare di ridurre l’impatto ambientale, soffermiamoci sui falsi più clamorosi.

Balla numero 1.

Composizione minerale. Un prodotto con una composizione superiore al 79% di componenti minerale è ecologico. Quindi il cemento udite, udite è ecologico. Così ecologico che il processo per produrre cemento ha emissioni così alte che ne fanno il sorvegliato numero 1 in tema di emissioni a livello mondiale. Responsabile da solo del 6% delle emissioni globali. A tal proposito vi invito a leggere sia un mio post sia a dare uno sguardo a wikipedia o a mille altri articoli in rete. Per ogni tonnellata di cemento prodotto, si emettono 900 kg cdi CO2.

Balla numero 2.

Se osserviamo il rating misteriosamente autoassegnatosi, questa multinazionale tinta di verde mediamente dichiara emissioni comprese tra i 200 ed i 100 g di CO2 per kg per ogni prodotto.

Diamo uno sguardo ed analizziamone la composizione.

Spesso si tratta di prodotti minerali a base cementizia. Ammettendo che sono di qualità medio/bassa hanno, comunque, almeno 35 kg di cemento. Questo si traduce in 315 g di CO2 associati al cemento contenuto nella malta. Quindi se la malta fosse prodotta all’interno della cementeria per non avere trasporto, senza additivi, miscelata con sabbia non essiccata attraverso impianti che non consumano corrente e che tale inerte fosse estratto in cementeria in modo da non avere trasporto e se il prodotto finito fosse utilizzato alle porte della cementeria, comunque avremmo almeno 315 g di CO2 come emissione. Come è possibile — lavorando in condizioni di gran lunga peggiorative, vantandosi di trasportare l’inerte da Carrara a Sassuolo, dovendolo essiccare, e vantandosi di vendere in tutto il mondo con tanto di paginoni acquistati su tutte le riviste — avere emissione 6 volte inferiori rispetto ad un calcolo grossolano? Non è dato saperlo, visto che un’azienda che dichiara di spendere quasi il 6% del fatturato nella ricerca Verde, in un sito (che personalmente ritengo falso al 90%) dedicato alle politiche verdi e fatto di decine di pagine, non ha trovato lo spazio per dedicare 2 righe al metodo di calcolo delle emissioni.

Balla numero 3.

Come si cerca di prendere in giro milioni di consumatori? Mi creo un rating ad hoc dichiarando dati falsi, non dico nulla sul metodo di calcolo e ancora peggio mi invento un’etichetta che è la copia di quella internazionalmente riconosciuta per l’assegnazione delle classi di efficienza energetica dei prodotti in modo da ingannare palesemente il consumatore. La allego al post per farvela vedere.

Le classi false della k verde

Mi fermo qui perché mi sono già rovinato la giornata ma di balle ne ho contate almeno altre 20. Si ripete un copione visto 3 anni fa quando in un giorno tutti i prodotti diventarono nanotech.

Pronti per la CINA?

Marie Francesco Luigi e Mari

Delegazione personal factory all'expo di shanghai 2010

Sono tornato e ho ripreso ad aggiornare il blog.

Sono disponibili 4 nuove pagine sull’ecologia che troverete nella sezione ECO che spiegano in modo molto semplice come bisogna affrontare il problema dell’impronta ecologica dei materiali. In particolare riguardo il consumo di risorse naturali ed emissioni di CO2, i principali parametri che dovrebbero essere presi in esame per definire l’impatto complessivo di un prodotto.

Ho aggiornato un poco il calendario per chi volesse incontrarmi, mancano ancora le date esatte di Tunisi e L’Aquila. Nei prossimi giorni vi racconterò cosa ci aspettiamo dalla CINA.